Vita di coppia

Carezze nella coppia

Ogni essere umano sperimenta per tutta la vita il bisogno di sentirsi riconosciuto, accettato ed amato così come è all’interno di relazioni significative.

In Analisi Transazionale questo bisogno è stato definito da Berne come fame di riconoscimento e può essere saziata da quelle che in italiano vengono dette carezze (nell’originale inglese sono, invece, strokes ossia colpetti), ossia da tutte quelle azioni che, in positivo o in negativo, implicano il riconoscimento della presenza di un’altra persona. Queste azioni, inoltre, mandano alla persona a cui sono rivolte un messaggio relativo al suo essere Ok o non essere Ok: quando i riconoscimenti sono positivi, infatti, insieme ad essi arriva un messaggio che suona come “Vai bene così come sei”, ma se ad arrivare sono riconoscimenti negativi, il messaggio che giunge a destinazione è ben diverso, ovvero “Non vai bene come sei”.

E’ facile immaginare come questo bisogno sia primario in una coppia: sentirsi visti, riconosciuti ed amati dal partner è il carburante che permette ad una relazione di crescere sana, superando anche le inevitabili difficoltà. Eppure non è così scontato che i partner siano capaci di scambiarsi carezze.

Aprire gli occhi, cacciare la voce

Una delle prime difficoltà che possiamo incontrare nello scambio di carezze tra partner è trovarsi, magari dopo qualche tempo di vita insieme, a dare per scontato che l’altro sappia che lo amiamo oppure a credere che ormai lo conosciamo bene.

Nel primo caso non c’è attenzione costante a dimostrare nel concreto il proprio sentimento, il volerci essere per l’altro: se sa già che io ci sono, che bisogno ho di ricordarglielo? Le carezze diventano così qualcosa a cui si dedica un tempo sempre minore, come se non fossero necessarie. Nel secondo caso si perde l’attenzione ai dettagli e ai cambiamenti che inevitabilmente ci sono nel tempo o alle situazioni particolari che l’altro sta attraversando: ormai conosco com’è fatto/a, posso prevedere quello che dirà o farà senza problemi, so di cosa ha bisogno. Qui magari le carezze ci sono, ma non è detto che sappiano esprimere ciò di cui il partner ha veramente bisogno in un certo momento.

In entrambi i casi non si guarda veramente l’altro, non si coglie il suo bisogno – che poi è uguale al nostro – di sentirsi importante per chi gli sta accanto, di sentire che in ogni momento c’è chi vuole capire come si sente per agire di conseguenza. Perché ci sono situazioni in cui sapere che l’altro mi ama non basta e ci sono situazioni in cui sapersi visti nello specifico di ciò che nel qui e ora si sta vivendo è fondamentale per restare a galla. E’ questo che fa sentire amati, non la consapevolezza di essersi scelti in passato.

Ciò significa che abbiamo bisogno di aprire gli occhi per vedere la persona che abbiamo davanti senza dare nulla per scontato: in altro modo non sarebbe possibile cogliere di cosa ha bisogno nel momento che sta affrontando e non sarebbe possibile far capire che vediamo ciò che sta vivendo e che siamo al suo fianco. Ma significa anche che abbiamo bisogno di cacciare la voce quando sentiamo che l’altro non ci vede e non ci riconosce come meritiamo, perché abbiamo il diritto di ricevere le giuste carezze e spesso l’indifferenza è peggio di una carezza negativa.

Diversi tipi di carezze

Dare carezze al partner dovrebbe allora essere un impegno costante, a cui dedicare cura ed attenzione. E per farlo bene bisogna individuare in quale modo specifico il partner desidera essere amato. Perché le carezze non si dividono solo tra positive (che dicono che si apprezza l’altro) o negative (che dicono l’opposto): possono essere verbali (parole) o fisiche (gesti), condizionate (date per qualcosa che è stato fatto) o incondizionate (date per l’essere).

Sarebbe bene dare carezze positive di ogni tipo, senza dimenticare in particolare quelle incondizionate, ma può succedere che una persona abbia una preferenza per i gesti e un’altra per le parole. Diventa allora importante sapere i “gusti” del nostro partner e dare quello che sa comprendere meglio, anche se noi preferiamo un altro “linguaggio”.

Come dicevo qualche tempo fa nell’articolo Riempire l’altro di amore, infatti, esistono diversi modi per dimostrare il nostro amore al partner e ciascuno di noi preferisce riceverlo in una forma specifica, che può essere diversa da quella preferita dal partner. In altre parole, esistono diversi linguaggi con cui si può dire il proprio amore al partner, ma non è detto che il partner li comprenda tutti allo stesso modo. Per questo è importante comprendere quale è il suo linguaggio dell’amore e sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda, affinché i propri gesti vengano riconosciuti come significativi e nutrienti. Altrimenti si rischia di fare anche molto (magari usando il proprio linguaggio preferito), ma senza che il partner si senta realmente visto, riconosciuto ed amato (perché parla un’altra lingua!).

I 5 principali linguaggi dell’amore individuati dallo psicologo Gary Chapman sono:

  1. parole di affermazione: sono complimenti e apprezzamenti verbali per ciò che l’altro è oppure fa;
  2. regali: sono segni di amore visibili. Spesso non conta il valore economico, ma che il dono abbia valore tanto per chi lo fa quanto per chi lo riceve;
  3. gesti di servizio: mostrano attenzione alle necessità del partner. Sono atti che esprimono chiaramente: “ti vedo e ti conosco, per questo mi rendo conto dei tuoi bisogni ed abbandonerò per un momento la mia via per far fronte a queste tue necessità”. Gli atti di servizio richiedono attenzione e iniziativa da parte di chi li compie, il quale vede un bisogno e si dà da fare per far fronte a tale bisogno (preferibilmente prima che venga chiesto di farlo);
  4. tempo di qualità: è dedicare del tempo per stare con il partner e prestare a lui/lei tutta la propria attenzione, senza distrazioni;
  5. contatto fisico: l’amore fisico non passa solo attraverso i rapporti sessuali, ma anche attraverso carezze, abbracci, baci, il tenersi per mano… Il contatto fisico è un modo per far ricordare al partner che si è qui per lui/lei e che non è solo.

Possiamo tranquillamente dire che ognuno di questi linguaggi è un modo di dare carezze positive al partner, un modo per dirgli che riconosciamo la sua esistenza e riteniamo la sua presenza nella nostra vita importante.

Quando tocca dire cosa non va

Chiaramente le carezze non possono sempre e solo essere positive, nella misura in cui può succedere di notare nell’altro comportamenti o atteggiamenti che non sono piacevoli: crescere insieme come coppia vuol dire anche affrontare questi momenti e vederli come occasione per conoscersi più profondamente e spronarsi a migliorare. Perché vedere davvero l’altro nella relazione significa riconoscerlo ed accettarlo anche nella sua imperfezione.

In tali casi è fondamentale che le carezze negative siano verbali e condizionate, legate a qualcosa che è stato fatto e non all’essenza del partner, a ciò che è. Inoltre è bene aprirsi e mostrare l’effetto che un certo comportamento ha su di noi, per far comprendere come ci si sente. In tal senso va bene dire: “Sei arrivato/a in ritardo al nostro appuntamento e questo mi fa sentire poco importante ai tuoi occhi“; va decisamente meno bene dire: “Sei una persona egocentrica che pensa solo a se stessa“.

Per tutti è difficile accettare carezze negative, ma quando sono date allo scopo di aiutare a comprendere come migliorare qualche aspetto della relazione hanno una loro preziosità da non sottovalutare. L’importante è scegliere bene le parole che saranno pronunciate affinché possa essere chiaro che ciò che viene detto è comunque frutto dell’amore, che quando è sano ci fa diventare la versione migliore di noi stessi.

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