Educare al benessere

Se vuoi che tuo figlio non cresca egocentrico.

Jean Piaget, psicologo tedesco che studiò a lungo lo sviluppo cognitivo, ipotizzò che tutti i bambini attraversassero un momento di egocentrismo, caratterizzato dal non riuscire a comprendere il fatto che gli altri possano avere un punto di vista diverso dal proprio. A suo parere, inoltre, i bambini inizialmente userebbero il linguaggio in modo privato, ossia parlando ad alta voce non per comunicare con gli altri, bensì per descrivere quello che stanno facendo, incuranti del fatto che qualcuno possa ascoltare o capire ciò che dicono. E questo uso del linguaggio senza alcuna volontà di comunicare sarebbe, a suo parere, la maggiore espressione dell’egocentrismo infantile.

Secondo Lev Vygotskij, psicologo russo fondatore della scuola storico-culturale, le cose non starebbero affatto così: i bambini sarebbero sin dalla nascita esseri sociali, che entrano in comunicazione con chi sta loro accanto anche con strumenti non linguistici (quindi il neonato piange o ride per comunicare con la mamma). Di conseguenza la prima funzione del linguaggio sarebbe sociale. Solo in un secondo momento si imparerebbe a interiorizzare il linguaggio, che diventerebbe così la base per la formazione delle funzioni mentali superiori, prima tra tutte il pensiero.

Seppur da posizioni contrastanti, entrambi questi autori hanno qualcosa di importante da dire a chi ha il compito di educare e, nello specifico, di educare persone capaci di non chiudersi in quello che, usando le parole di mons. Ravasi, può essere indicato come monoteismo del sé.

Puoi leggere il mio articolo Un mondo di persone concentrate su se stesse per approfondire il tema del monoteismo del sé e dell’egocentrismo adulto.

Perché se da un lato è vero che il bambino nasce come essere sociale, dall’altro è vero anche che inizialmente non è capace di comprendere le cose da una prospettiva diversa dalla propria. Sta ai genitori insegnargli a farlo. Così come sta a loro insegnargli che non è il centro del mondo, per quanto nei primi mesi di vita è naturale che gran parte della vita familiare ruoti attorno a lui. Nei primi mesi, però, non per anni!

Il re e la regina della casa

Uno dei primi ostacoli ad una sana visione di sé nei confronti del resto del mondo affonda le sue radici proprio in questo desiderio costante dei genitori di evitare ogni minima sofferenza o frustrazione ai propri preziosi pargoli.

Lungi da me affermare che bisogna provocare volontariamente dolore nei nostri figli o che nessuno dei loro desideri vada realizzato, non potrei mai pensarlo! Ritengo però che sia fondamentale imparare a non proteggerli da qualsiasi sofferenza e che sia altrettanto importante insegnare loro che non tutto quello che vogliono può realizzarsi. Nella normale crescita di un bambino si passa da una fase di presunta onnipotenza ad una disillusione che aiuta a comprendere l’impossibilità di ottenere tutto quello che si desidera. E quando questo non avviene si rischia di provocare nei figli quella che la neuropsichiatra infantile Giuliana Ukmar ha denominato sindrome da bambino onnipotente.

Permettere ai propri figli di fronteggiare situazioni di sofferenza significa consentire loro di fare i conti con i propri limiti, conoscendoli e imparando a muoversi al loro interno, oltre che a superarli (anche perché non tutti sono superabili). Inoltre implica una profonda fiducia nella loro capacità di riuscire a uscire in piedi da quella situazione e questa fiducia è alimento indispensabile per la crescita umana. Chiaramente le sofferenze dovranno essere commisurate alle risorse dei bambini e inizialmente sarà necessario mostrare loro come superarle, accompagnandoli per mano quando ne avranno bisogno. Ma questo è un atteggiamento ben diverso dal custodire i figli sotto una campana di vetro… destinata comunque prima o poi ad infrangersi, lasciando magari il suo inquilino privo di qualsiasi capacità di fronteggiamento di fronte alle difficoltà.

Ugualmente è oltremodo pericoloso “darla sempre vinta” ai figli: assecondare ogni richiesta, cedere davanti al primo capriccio, evitare che scendano lacrime, qualunque cosa questo comporti. Non si può educare senza regole e senza mostrarsi autorevoli nel farle rispettare, perché i bambini sanno farsi forza sui punti deboli dei genitori pur di ottenere ciò che vogliono. Non lo fanno con cattiveria, almeno non da piccoli, eppure permettere loro di comportarsi in questo modo si trasforma in una cattiveria nei loro confronti.

Perché i bambini che non hanno mai affrontato un’esperienza negativa o che non conoscono e non rispettano un “no” motivato e ragionato sono bambini che non hanno avuto modo di sviluppare alcune capacità importanti: saper risolvere i problemi e superare le difficoltà, riconoscere il valore delle regole, comprendere il punto di vista altrui, empatizzare con l’altro. E su questa base si può facilmente sviluppare un bambino viziato ed egocentrico, quando non addirittura affetto dalla sindrome del bambino onnipotente.

Questi bambini vivono in ambienti che li esaltano, che inneggiano a loro come i migliori in ogni cosa e in cui si pretende che gli altri li trattino di conseguenza. Il frutto di tutto questo sono bambini che pensano che ogni cosa sia loro dovuta, che si immaginano al centro del mondo e che saranno sulla buona strada per diventare adulti immersi nel culto narcisistico di se stessi.

Bambino con una corona in testa

Educare nella verità

Per evitare che i nostri figli si trasformino in piccoli tiranni, dentro e fuori le mura domestiche, è opportuno come prima cosa educarli ad una sana immagine di sé. Questo significa innanzitutto per i genitori saper mantenere un giudizio obiettivo ed oggettivo sul comportamento dei figli, cosa che non sempre è facile in quest’epoca in cui i figli devono farci fare bella figura davanti ad amici e colleghi e quindi devono essere i migliori in tutto. Vuol dire anche rimandare ai figli solo la verità su ciò che sono: riconoscere quanto di buono sanno fare, al pari dei loro limiti, è infatti l’unico modo per insegnare loro a vedere la propria realtà senza bisogno di nasconderla a se stessi o agli altri pur di non sentirsi umiliati ed incapaci.

Riconoscere, accettare i nostri figli ed amarli qualsiasi siano le loro competenze o le loro difficoltà è l’atto di amore più grande che un genitore possa compiere.

Al contrario costringere i nostri bambini ad essere ciò che non sono per accontentarci, così come innalzarli al ruolo di divinità casalinghe perfette ed onnipotenti, vuol dire negare la loro identità e impedire loro di costruire autentiche relazioni interpersonali a partire dal riconoscimento di quella identità.

Un bambino egocentrico, al pari di un adulto concentrato su se stesso, è fondamentalmente un bambino che ha paura a mostrare le proprie debolezze, a se stesso prima ancora che agli altri. Perché non sa che anche nelle sue debolezze è amabile e può essere amato. Perché non ha imparato che alcune difficoltà si possono superare e che con le altre si può convivere senza vergogna. Allora sente il bisogno di nascondersi dietro un muro di difesa, che nel proteggerlo gli impedisce di entrare in relazione con gli altri.

Ma quando un genitore sa parlare con sincerità al figlio, gli può insegnare a mostrarsi con la stessa sincerità, evitando da un lato la formazione di un ego smisurato e dall’altro la paura di farsi vedere per ciò che si è.

Educare alle regole

Logicamente educare nella verità non è sufficiente: è necessario non aver paura delle regole. Non è facile dare le regole e farle rispettare, motivo per cui da un certo punto in poi molti genitori hanno fatto proprie le idee di un’educazione permissiva, che senza dubbio ha avuto il pregio di mettere un freno alla precedente eccessiva rigidità. Solo che non è possibile fare a meno delle regole!

Ti spiego le regole e la loro funzione pedagogica nella terza lezione del corso online Figli si nasce, genitori… si cresce, che puoi trovare qui.

Le regole indirizzano e mettono dei limiti, quei limiti di cui si ha bisogno per non vagare senza bussola e senza mappa. Chi è privo di regole è sbandato, non sa in che direzione muoversi e rischia di finire in preda al panico, perché avere mille possibilità di scelta spesso coincide con il rimanere paralizzati dall’incapacità di scegliere.

Per cui, senza autoritarismo, ma con fermezza amorevole e ragionevole, ogni famiglia dovrà avere delle regole da rispettare. Ogni genitore dovrà saper dire dei no, che avranno anche la funzione di ridimensionare l’iniziale onnipotenza di ogni bambino. Del resto è solo nello scontro/incontro con una struttura che rimane in piedi, nonostante i colpi, che si può passare in quella necessaria fase di disillusione, preludio per la costruzione una sana immagine di sé.

Educare all’empatia

Accanto allo sviluppo di un’autentica immagine di sé, i genitori devono dare ai figli le basi per saper vivere rapporti interpersonali sani. Per questo motivo l’educazione alla verità e alle regole deve essere accompagnata dall’educazione all’empatia.

Spesso l’empatia viene definita come la capacità di mettersi nei panni dell’altro, cosa che implica necessariamente sapersi decentrare, saper guardare le cose da una prospettiva diversa dalla propria.

Abbiamo già visto come Piaget dica che un bambino non è capace di farlo fin verso i 6/7 anni. E di certo non lo impara a fare neanche dopo se non è aiutato dai genitori ad immaginare punti di vista diversi dal proprio! Educare a decentrarsi non è semplice, è un percorso graduale, che comincia dall’esempio che i genitori in primo luogo possono dare, comprendendo il punto di vista del figlio, che per forza di cose è diverso dal proprio. In seguito i genitori dovranno impegnarsi ad esplicitare quello che potrebbe essere il punto di vista di una persona diversa da loro o dal bambino quando ci si trova in situazioni che lo permettono, in modo che il bambino possa comprendere questo processo e farlo proprio. E nella vita di famiglia le possibilità per farlo di certo non mancano: basta insegnare ai fratelli a comprendersi reciprocamente!

C’è un’altra cosa importante che va sottolineata: educare all’empatia vuol dire educare a comprendere innanzitutto i propri sentimenti e le proprie emozioni, così da poter immaginare e comprendere quelle degli altri. Perché non è pensabile decentrarsi se non si possiede un centro. Detto in altri termini non si può pretendere che un bambino non viva la fase di onnipotenza, per quanto quel bambino vada aiutato in un secondo momento a superarla, riconoscendo il valore degli altri accanto al proprio, così da evitare un egocentrismo patologico.

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