Educare al benessere

La fiducia come strumento educativo

Fino ad oggi la rubrica “Educare al benessere” è stata dedicata quasi esclusivamente ai genitori. La verità però è che loro non sono gli unici ad educare, né tantomeno gli unici che in quel ruolo possono avere profonda influenza sul benessere dei bambini e dei ragazzi.

Penso in particolare agli insegnanti, quale che sia l’ordine e il grado della scuola in cui operano, ma non solo: catechisti, allenatori, formatori, educatori nei gruppi parrocchiali… Chiunque abbia un compito formativo o educativo assume una chiara responsabilità nei confronti di chi gli viene affidato e in questa responsabilità rientra anche l’attenzione al benessere mentale e psicologico di quelle persone. E’ bene allora che abbiano gli strumenti adatti per evitare di fare danni ed accompagnare invece verso una crescita sana.

Consapevole di questa necessità, mi sono lasciata ispirare da alcuni dei docenti della Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts allo scopo di identificare alcuni temi che ritengo importanti da approfondire e che possono rivelarsi utili tanto per i genitori, quanto per gli educatori in generale. A cominciare dall’importanza della fiducia.

Alla base del credere in sé

Per il raggiungimento del benessere è importante che ogni bambino e ragazzo sia messo nelle condizioni di sviluppare un senso di autostima, cioè che in lui possa prendere forma un adeguato riconoscimento del proprio valore personale. Tale riconoscimento, però, può nascere solo a patto che anche altri – e altri significativi, ossia ritenuti importanti – riconoscano quel valore e lo dimostrino in modo esplicito.

Inoltre è necessario che ogni bambino e ragazzo possa sviluppare anche il senso di autoefficacia, che consiste invece nel credere di essere capaci di comprendere quali siano e poi mettere in atto le azioni necessarie per raggiungere un certo obiettivo. Anche in questo caso, non potrebbe prendere forma tale sentimento senza la presenza di persone che credono che quella capacità c’è e che permettono ai bambini e ai ragazzi di metterla alla prova.

Solo chi sente che un adulto si fida di lui, crede in lui e lo sostiene nell’esplorazione del mondo (senza metterlo sotto una campana di vetro, perché “non si può mai sapere che non sia bravo abbastanza e si faccia male”) può sviluppare queste due qualità. Se invece un bambino viene continuamente bloccato da adulti che, temendo che possa fallire, gli impediscono di sperimentarsi, non potrà sviluppare l’idea di avere valore personale né il senso di essere capace di muoversi nel mondo.

In altre parole per credere nel nostro valore e nelle nostre capacità abbiamo bisogno che qualcun altro ci creda. E ancora prima che qualcun altro li veda e li riconosca e ci aiuta affinché anche noi possiamo vederli e riconoscerli.

Chiaramente è fondamentale che questo accada innanzitutto in famiglia, ma è importante che succeda anche negli altri luoghi abitati dai più giovani: autostima ed autoefficacia sono infatti “settoriali”, nel senso che potrei sentirmi molto valida a scuola e totalmente incapace quando sono con mamma e papà o viceversa. Ma chiaramente in nessuno dei due casi riuscirei ad avere una buona autostima generale e, molto probabilmente, tenderei a sentirmi a disagio o insicura in quegli ambiti in cui ritengo di non “essere abbastanza”, con ripercussioni che possono essere anche gravi sul benessere psicologico.

Da qui l’importanza che qualsiasi educatore impari a fidarsi di chi ha di fronte: dimostrare fiducia significa, infatti, dire ad una persona “Io so che sei in grado di affrontare questa sfida. Io so che hai le capacità per farlo e credo che le userai al meglio”

Due mani che si tengono per il mignolo

Ti fidi di chi hai davanti?

Qual è allora il compito di chi educa, a qualsiasi titolo lo faccia?

Mostrare fiducia, dimostrare di credere nei giovani con cui ha a che fare. Ma sul serio! Anche perché non si può fingere di provare fiducia. O meglio: se si finge, facilmente si viene scoperti. Perché i bambini e i ragazzi si nutrono di fiducia e non ne vogliono una falsa.

Chiaramente a seconda dello specifico ruolo fidarsi assumerà un connotato diverso: a scuola può significare credere che gli studenti siano capaci di fare un certo lavoro da soli oppure ricorrere alla loro opinione per decidere come affrontare un preciso tema o se modificare il proprio modo di lavorare. In oratorio può significare affidare ai più grandi la cura dei più piccoli, a catechismo delegare la preparazione delle preghiere, in palestra magari iscrivere ad una gara.

Ciò che conta è che passi il messaggio “Io credo in te e nelle tue capacità!”. E che sia dato modo di mettere alla prova concretamente quelle capacità. Perché parlare senza dimostrare coi fatti che quanto detto è vero in campo educativo non serve a nulla: i bambini e i ragazzi hanno bisogno di prove concrete. E hanno ragione a pretenderle!

Stando così le cose, è bene porsi una domanda cruciale: mi fido veramente delle persone che educo?

Riesco a dimostrare di credere in loro? Do loro modo di sperimentare le capacità che stanno costruendo giorno dopo giorno? Do loro occasione di mettersi alla prova in situazioni man mano più complesse?

Solo così si forma la fiducia in sé. E se si cresce senza di essa, è impossibile stare bene con se stessi e con gli altri.

L’esempio di Remus Lupin

Un chiaro esempio di cosa significhi fidarsi o non fidarsi delle capacità di un ragazzo è rappresentato rispettivamente dal professor Lupin e dal professor Piton (su cui avrò modo di tornare approfonditamente in un prossimo articolo), per come si comportano nei confronti di uno degli studenti, il povero Neville Longbottom (Paciock) durante la prima lezione di Difesa contro le Arti Oscure tenuta da Remus Lupin.

Nel lasciare i ragazzi nell’aula del collega, infatti, Severus Piton si professa esplicitamente certo del fatto che Neville non sarà capace di fare qualsiasi cosa gli verrà chiesta: “Forse nessuno ti ha avvertito, Lupin, ma in questa classe c’è Neville Longbottom. Ti consiglio di non affidargli compiti troppo difficili” (J.K. Rowling, Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, Salani, Milano, pp. 129-130).

E’ facile immaginare l’effetto deleterio che un simile atteggiamento possa avere sull’autostima del ragazzo: “Neville si fece paonazzo. Harry fissò Piton: era già abbastanza spiacevole che maltrattasse Neville durante le sue ore, figuriamoci davanti ad altri insegnanti” (ibidem, p. 130).

Di fronte a tali parole il professor Lupin non si lascia sconvolgere: “Il professor Lupin inarcò le sopracciglia. “Speravo che Neville mi assistesse nella prima fase dell’operazione” osservò, “e sono certo che lo farà egregiamente” (ibidem). Ma non finisce lì: Lupin fa quello che aveva detto e chiama Neville ad assisterlo, seguendolo passo passo e dandogli gli strumenti per riuscire in quanto richiesto.

La fiducia dimostrata e l’aiuto fornito permettono a Neville di sperimentare un successo, cosa che per lui a scuola era piuttosto rara e quindi altamente significativa. E permettono a noi di comprendere che oltre la fiducia nelle loro capacità, è necessario dare a chi educhiamo gli strumenti per affrontare quello che hanno di fronte.

Se Lupin avesse lasciato Neville ad affrontare da solo il compito, di certo il ragazzo avrebbe fallito perché privo delle conoscenze necessarie per riuscire. Allo stesso modo chiunque educa ha il compito di preparare alla sfide della vita: che sia un compito in classe o una rovesciata, non posso chiedere che venga fatto se io non ho fornito le conoscenze necessarie!

Ecco allora l’altra domanda cruciale: sto dando a coloro che educo ciò che serve per essere in grado di affrontare le sfide che li attendono? Sono in grado di insegnare loro ciò di cui avranno bisogno? O permetto che si lancino in avventure fallimentari a causa della mia negligenza?

Qualunque sia il ruolo educativo che si ricopre il compito è sempre lo stesso: dare gli strumenti perché un domani le persone di cui ci si prende cura possano cavarsela da sole. E, insieme a questo, trasmettere la piena fiducia nella loro capacità di riuscire a farcela!

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