Educare al benessere

Che fine ha fatto l’autonomia?

Qualche tempo fa ho visto questa immagine su internet e senza rendermene conto ho iniziato a storcere il naso… e a riflettere. Sbucciare la frutta per il proprio partner o i propri figli ormai grandi, una volta ogni tanto, è senza dubbio un gesto d’amore. Farlo in continuazione significa, invece, che chi riceve la frutta sbucciata si priva o viene privato di uno spazio (semplice però importante) di autonomia.

Capiamo meglio la posta in gioco.

Cosa è l’autonomia

Il dizionario Treccani definisce l’autonomia come la capacità del singolo di regolarsi liberamente. Quindi di muoversi nel mondo indipendentemente da cose e persone.

Da un punto di vista psicologico è uno degli obiettivi verso cui deve puntare l’educazione. Ogni età ha una propria forma di autonomia che può e deve essere raggiunta, autonomia che poi si evolve e modifica man mano che le persone crescono.

Per cui se da un bambino di due anni non possiamo aspettarci che si lavi o si vesta completamente da solo, da un ragazzo di quindici dobbiamo pretendere che si ricordi autonomamente di preparare lo zaino per la scuola o di infilarsi il giaccone prima di uscire di casa, se è necessario. I genitori non sono i maggiordomi dei figli: non devono essere al loro servizio. Anche perché il servizio migliore che possono rendergli è proprio quello di indicargli la strada per l’autonomia.

La cosa più importante che i genitori possono insegnare ai loro figli
è come andare avanti senza di loro.

(Frank A. Clark)

Autonomia, controllo e dipendenza

Negli ultimi giorni mi sono più volte ritrovata ad affrontare i temi dell’autonomia e del controllo nelle sedute con diversi pazienti.

I genitori che non riescono ad educare all’autonomia, infatti, sono genitori che in forme e misure diverse mantengono (più o meno consapevolmente) un certo controllo sulla vita dei figli, qualunque sia la loro età. Creando con questi un rapporto di dipendenza. I figli che non sanno “cavarsela da soli” hanno, infatti, un costante bisogno di qualcuno che badi a loro, quindi si mantengono legati ai genitori che, in tal modo, si tengono stretto quello che ritengono debba essere il loro “ruolo”. La realtà però è che questi genitori non sono capaci di far evolvere il loro compito di pari passo con la crescita dei figli, così non insegnare ai figli l’autonomia diventa un modo per farli restare “piccoli”.

Con la scusa del “So io quello che è meglio per te” o con la mania di “proteggere dal mondo là fuori, che è pieno di pericoli“, impediscono ai figli di sviluppare capacità e competenze necessarie a muoversi da soli e con efficacia nel mondo. Oppure impediscono loro di prendere decisioni per sé stessi senza intromissioni o consigli non desiderati.

E così ci sono ragazze di 26 anni che non sanno cucinare e hanno bisogno che la madre vada da loro in un’altra città a preparare i pasti per la settimana. O ancora adulti che a 44 anni non possono decidere quale casa acquistare senza che i genitori vogliano imporre la propria idea.

Logicamente i livelli di dipendenza e di controllo possono variare a seconda dei casi, ma resta la mancanza di autonomia. E chi non sente di essere autonomo non possiede neanche un buon grado di autostima.

Per essere autonomi occorre fiducia

Ma allora cosa possiamo fare quando si hanno figli piccoli, così da aiutarli ad essere indipendenti ed autonomi una volta cresciuti?

Il segreto è fidarsi di loro! Mostrare piena fiducia nei propri bambini. Accompagnarli alla scoperta del mondo, camminando al loro fianco ed evitando di spianare la strada che dovranno percorrere.

Ciò vuol dire credere nelle capacità del figlio. Credere che possa acquisire ulteriori capacità vivendo le esperienze tipiche di ciascuna età. Solo facendo esperienze in casa e fuori casa i bambini possono mettersi alla prova e comprendere loro stessi quanto sono competenti.

Questo vorrà dire anche lasciare che un figlio possa fallire, cadere, farsi male, piangere e soffrire. E credere che possa sopravvivere a questo. Fidarsi che saprà rialzarsi e sarà più forte e capace dopo la caduta. Logicamente ciò non vuol dire curarsi poco dei figli, abbandonarli a sé stessi, non occuparsi e preoccuparsi dei pericoli che corrono… Vuol dire proteggerli da ciò che può arrecare loro danni, senza impedire loro di fare le esperienze che invece possono portare benefici.

La protezione è un controllo rivestito d’amore. Come il controllo non deve essere eccessiva e deve essere commisurata all’età dei figli: quando non è necessaria deve lasciare il posto alla fiducia.

Perché se i miei genitori credono di dovermi proteggere sempre e non si fidano di lasciarmi fare da solo, allora io non sono capace di cavarmela da solo e non posso fidarmi di me stesso e delle mie competenze. Quindi è meglio chiedere sempre aiuto a loro, rinunciando a parte della mia libertà pur di sentirmi al sicuro.

Certo in questo modo sia i figli sia i genitori potranno sentirsi più sicuri, ma si creerà una dipendenza reciproca, che significa a minore libertà per tutti. E prima o poi qualcuno si ribellerà (per fortuna) a questa situazione.

Autonomia, autostima e autoefficacia

Dicevo che chi non riceve il permesso di essere autonomo difficilmente svilupperà una buona autostima. Ed ad essere carente sarà anche l’autoefficacia.

Quest’ultima è l’insieme di convinzioni che le persone possiedono riguardo le proprie capacità di organizzare ed eseguire azioni necessarie al raggiungimento dei propri scopi. In altre parole è la percezione di essere in grado di fare, sentire, esprimere, essere o divenire qualcosa. È strettamente legata all’autostima, che è il senso del proprio valore personale, la valutazione di sé a partire dall’osservazione di quanto si è capaci di incarnare il proprio ideale di persona, il proprio “voler essere”.

Se non posso muovermi autonomamente nel mondo avrò difficoltà fare esperienze che mi vedano raggiungere gli obiettivi desiderati e, di conseguenza, non sarà facile percepirmi come dotato di autoefficacia, cosa che probabilmente mi porterà a non avere neanche un’elevata stima di me stesso. Anche perché ad incidere sulla stima di sé è anche l’opinione altrui. Per un bambino il pensiero più naturale è che se i genitori (che lo amano) lo reputano incompetente, allora quella è la realtà.

Se invece un bambino cresce in un clima di fiducia, in cui è spronato a muoversi in autonomia, allora è più facile che faccia esperienze di autoefficia e sviluppi un’alta autostima.

Proviamo allora a fidarci dei bambini e anche di noi stessi, scopriremo nuovi spazi di libertà da esplorare!

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