#femminismopedagogico

E se la principessa non volesse essere salvata?

Alla fine dello scorso aprile ho avuto modo di proporre tre laboratori di riflessione sugli stereotipi di genere all’interno del Villaggio per la Terra, un’iniziativa che aveva tra i suoi obiettivi quello di sensibilizzare i partecipanti agli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile firmata nel 2015 dai Paesi ONU. Uno di questi obiettivi è la parità di genere. E di questo ho parlato con uomini e donne, adulti, giovani e bambini.

Il momento condiviso con i bambini (in realtà tutte bambine) ha visto come protagoniste assolute le fiabe, dalle più classiche alle più moderne, considerate in particolare nella loro versione animata (con i film Disney, Pixar e DreamWorks). Non sempre ci pensiamo, infatti, ma le favole con cui cresciamo, specialmente quelle più datate, sono un potente veicolo di stereotipi di genere (di cui ho già avuto modo di parlare in questo articolo) ed è elevato il rischio che tali idee preconcette su uomini e donne vengano incamerate e considerate come naturali dai bambini. A meno che non abbiano accanto adulti capaci di aiutarli a vedere che esiste (ed è molto più bella!) una realtà diversa, che del resto in parte viene già mostrata dai più recenti film di animazione.

Il problema è sempre lo stesso: le fiabe rischiano di trasmettere un’immagine della donna svalutante, che la relega alle faccende domestiche, affida la sua felicità all’azione di altri e indica nel matrimonio il suo unico obiettivo di vita.

Storie contro le donne

Di solito nelle fiabe la presenza del maschile e del femminile è garantita, cosa che già di per sé lascia intendere che il racconto parlerà anche di cosa caratterizza l’essere uomo e l’essere donna e di come i due sessi possono/devono rapportarsi tra di loro. Ed infatti è proprio ciò che accade nelle storie che da sempre ci fanno compagnia. Ma quali modelli vengono presentati?

Iniziamo dal dire che molto spesso a dare il nome alla storia è la protagonista femminile: ciò lascerebbe pensare che la donna venga presentata come un’eroina, una combattente attiva, artefice del proprio destino. In realtà, però, quasi sempre le protagoniste dipendono in toto dall’azione dell’uomo (lui sì, presentato come eroe!), il quale interviene affinché lei possa finalmente essere libera da ogni sorta di pericolo e realizzare i propri sogni.

Le protagoniste delle fiabe e delle relative pellicole animate sono leali, belle, buone e gentili, ma almeno quelle delle storie più classiche si dimostrano essenzialmente incapaci di “farcela da sole”. Sono deboli, cadono vittime di tranelli e sortilegi, non sanno difendersi né prendersi cura di sé. E cosa possono sognare, se non la salvezza, nelle vesti del famoso principe azzurro? Salvezza dalla matrigna cattiva o dal fato avverso, ma sempre salvezza portata dal maschile. E a suo coronamento un grandioso matrimonio.

Al polo opposto della debolezza femminile, i protagonisti maschili incarnano il coraggio e la determinazione nel perseguire le proprie aspirazioni, magari allontanandosi dal proprio ambiente e avventurandosi in mondi sconosciuti e affascinanti, al fine di salvare la principessa di turno e compiere il proprio ed altrui destino. Destino che, comunque, non può essere scelto liberamente.

E quando non sono le deboli e remissive protagoniste, le donne presenti e realmente agenti nelle fiabe sono spesso donne brutte e cattive, fino all’apice delle streghe malvagie, che si oppongono alle dolci e buone fanciulle di cui sono evidentemente invidiose. Quella dell’invidia sembra essere, infatti, una caratteristica del rapporto tra le donne che svariate favole evidenziano, come se tra le donne fosse normale la rivalità, dato che tutte ambiscono alla mano del principe. Le sole ad aiutare in modo disinteressato le protagoniste sono le fate: come a dire che solo esseri femminili non umani che usano la magia, e quindi non fanno unicamente affidamento sulle proprie capacità, possono essere d’aiuto. Anche se lo fanno in maniera spesso inutile, quando non addirittura ridicolizzata: altrimenti a cosa servirebbe l’intervento del principe?

Quale donna? Quale uomo?

Le fanciulle descritte nelle fiabe classiche sono indiscutibilmente belle, dedite alle faccende domestiche che vedono come un compito che spetta “naturalmente” a loro e che portano a termine senza lamentele, pur sognando una “liberazione”. Sono gentili, educate, sensibili, sfortunate, sognatrici. Il loro mondo, quando non è quello limitato alle faccende domestiche ma si configura come una realtà meno faticosa, diventa improvvisamente pericoloso a causa di un intervento malefico. In tutti i casi anelano al “vero amore” e sono invidiate dalle donne brutte e cattive che popolano la loro storia, proprio perché vissute come rivali nella ricerca dell’amore in virtù del più gradevole aspetto fisico.

L’idea trasmessa è che la donna non può aspirare a grandi imprese perché l’unico obiettivo della vita di una donna, l’unica strada per la felicità è, appunto, sposarsi. E che il mezzo per riuscirci sia la bellezza. Senza bellezza la vita sarà piatta e noiosa, priva di avventure e soprattutto priva del “vero amore”.

Chi è il vero amore? Semplice! Quello che arriva solamente per salvare la principessa in pericolo. Perché nessuna fanciulla bella, dolce e delicata può essere capace di salvarsi da sola. O almeno questo è quello che narrano molte storie: le ragazze sono deboli, non sono abbastanza intelligenti o furbe, non sanno come evitare di finire nei guai, oppure sono prese di mira da un fato avverso che le ha messe nei guai. Ed eccolo allora arrivare, in groppa al suo cavallo bianco, giusto un attimo prima che sia troppo tardi: il principe tanto sognato!

Tutti gli uomini desiderati (e puntualmente incontrati) dalle principesse sono belli, forti, alti, aitanti, capaci di salvare da pericoli e situazioni in cui le donne non saprebbero sopravvivere. E sono loro a decidere quale donna sposare, che di solito sarà quella più bella e più dolce di tutte (come viene narrato ad esempio in Cenerentola).

Il loro destino (che come già detto non è quasi mai scelto) è offrire la salvezza e sposare la fanciulla salvata, ma non è dato sapere cosa accadrà dopo il matrimonio: la sorte della principessa sarà migliore o peggiore della vita precedente?

Immagini che cambiano…

Se questo vale per Biancaneve, Cenerentola e La bella addormentata nel bosco, per fortuna le cose iniziano a cambiare con La bella e la bestia. La protagonista di questo racconto, infatti, non è solo bella, sensibile, buona e capace di badare alla casa: è istruita, ama leggere e non si cura del giudizio altrui. A differenza delle eroine classiche rifiuta il “miglior partito” del suo paese, perché pur sognando il “vero amore” vuole scegliere e non essere scelta! Alla fine si innamorerà della bestia, che per miracolo d’amore si trasformerà in un meraviglioso principe.

In un certo senso quello che accade anche nella favola del Principe Ranocchio, in cui come per La Bella e la bestia sembra capovolgersi il ruolo del salvatore, che spetta apparentemente alle due donne. Se non fosse che coloro che vengono trasformati sono principi e che, quindi, sarà loro l’ultimo e decisivo “salvataggio”.

Sembrerebbe, inoltre, che la storia di Belle (al pari di quella del Principe Ranocchio) ci insegni ad andare oltre le apparenze: ma anche qui c’è un “ma” perché il racconto non mette in guardia da un grande pericolo, celato in un atteggiamento tipicamente femminile, quello della “crocerossina“. Molto spesso, infatti, le donne credono che basti amare a sufficienza un “mostro” per trasformarlo in un “principe” e si colpevolizzano se la trasformazione non avviene. Ma non è compito della donna salvare e trasformare il proprio uomo e non è rispettoso per se stesse accettare di avere accanto una persona violenta (o in altro modo sgradevole) sperando che cambi per amore o cercando in ogni modo di farlo cambiare. Cambia chi decide di cambiare: l’amore non è un sortilegio, anche se c’è chi per amore decide di cambiare!

Un’altra storia che dipinge un’immagine femminile molto lontana da quella classica è Mulan. Qui addirittura la protagonista rifiuta di assumere il ruolo di moglie e si trasforma in uomo e poi in soldato per proteggere il padre. Mulan è coraggiosa, intelligente, caparbia… si potrebbe dire che è una donna emancipata. Se non fosse che per conquistarsi una certa libertà ha dovuto rinunciare alla propria femminilità e trasformarsi in uomo. Tanto è vero che smessi i panni del soldato torna ad occuparsi del padre e delle faccende domestiche, rammaricandosi di non aver trovato marito, fino a quando non si sposa con quello che era stato il suo capitano nell’esercito.

Nuove storie per nuovi modelli

La rivoluzione della visione classica del maschile e del femminile avviene con il film di animazione Shrek, capolavoro di ironia e richiami cinematografici in cui la relazione tra i due protagonisti va oltre le apparenze, si costruisce passo dopo passo e si basa su di una certa parità tra i generi.

La protagonista Fiona scardina tutti gli stereotipi legati alla femminilità: ben lungi dall’essere aggraziata ed indifesa, si dimostra coraggiosa, ironica, intraprendente, esperta delle arti marziali, a tratti volgare, forte e poco aggraziata, oltre ad essere capace svolgere mansioni maschili.

Del resto il protagonista maschile non è da meno: non è un coraggioso ed affascinante principe e non sceglie di andare a salvare la principessa per compiere il proprio destino, ma solo per riavere la tranquillità precedente. Non è romantico e non ama la compagnia. Si trova per puro caso a dover fare l’eroe.

Ma la svolta maggiore arriva nel finale. Come Belle, Fiona sa andare al di là degli strati duri e poco avvenenti di Shrek, ma al contrario di ciò che accadeva per La Bella e la Bestia (con la rottura dell’incantesimo e la trasformazione del mostro in un principe avvenente), quando Fiona sceglie Shrek, quest’ultimo non si trasforma. È la principessa a restare per sempre un’orchessa, suggerendo un’idea assolutamente innovativa: il “brutto” non è necessariamente cattivo, né deve rappresenta solo una fase transitoria verso il “bello e buono”.

La storia di Rapunzel pur essendo successiva, presenta nuovamente alcuni tratti “classici”. Del resto si basa su un racconto classico, pur innovandolo grazie all’immagine di una principessa che non aspetta passiva il salvataggio, ma prende in mano la situazione. Di contro la vicenda narrata in Ribelle – The Brave rappresenta un’assoluta novità.

La principessa Merida si ribella alle costrizioni imposte dal suo ruolo: va a cavallo, tira di spada, scala pareti e tira con arco. Anche la sua immagine si allontana dai canoni della bellezza tradizionale: il viso è più tondo e meno dolce, i capelli non sono disciplinati ma rossi ricci, ribelli e spettinati, gli abiti preziosi e luccicanti lasciano spazio a stoffe meno vistose e pregiate. In un certo senso Merida cerca la parità dei sessi in senso moderno (vuole scegliere, non seguire obblighi), ma soprattutto si caratterizza per la totale assenza di romanticismo: non ha bisogno di un principe e lo afferma con forza.

Altra grande novità è la presentazione del rapporto tra Merida e sua madre, che può essere visto come uno scontro fra la tradizione e il cambiamento, ma che diventa anche una lotta comune contro la visione maschilista e patriarcale del mondo. La libertà dalla gabbia che per le donne rappresenta quella visione non viene più dalla rivalità che nasce dal voler essere tutte scelte dal “salvatore”, bensì dalla ricerca di una comprensione reciproca e di una nuova alleanza al femminile. Un femminile che ne esce quindi rafforzato, consolidato e rinnovato, mentre il maschile appare incapace di re-inventarsi e di incarnare valori diversi dal coraggio e dal combattimento.

Del resto è quello che succede anche nella realtà odierna, dove alcuni uomini non sanno stare al passo dei cambiamento avvenuti nelle donne e faticano a trovare nuovi modo di vivere le relazioni. Un po’ come dire: “Se la principessa si salva da sola io che ci sto a fare qui?”

Se non è più l’uomo a dover “salvare” la donna, perché quest’ultima non ne ha bisogno, la prima tentazione nel mondo fantastico e in quello reale è attribuirgli/attribuirsi il ruolo passivo che prima caratterizzava il femminile. La sfida della nostra epoca, invece, è trovare un modo nuovo in cui uomini e donne possono collaborare, essendo entrambi protagonisti attivi della propria esistenza.

E le fiabe possono e devono dare nuove ispirazioni in tal senso!

Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.