#femminismopedagogico

Il permesso di avere paura

La paura è una delle emozioni primarie, quelle emozioni che proviamo tutti in ogni parte del globo e che ci hanno assicurato la sopravvivenza e l’adattamento all’ambiente sin dalla preistoria. Ha quindi un’importanza tale che eliminarla dal panorama emotivo significherebbe privare le persone di uno degli scudi più importanti di fronte agli imprevisti della vita, rendendo così le loro giornate decisamente più rischiose, per quanto di solito si pensi che non provare paura sia una cosa “figa”, un obiettivo da perseguire per sentirsi “cool”, anzi meglio ancora per essere dei veri “machi”!

Non a caso ho detto che eliminare la paura viene considerata una cosa da “machi”: di solito è proprio ai maschi che viene insegnato a non aver paura di nulla sin da bambini, anzi, per meglio dire viene insegnato a celare la paura che provano! Con questa emozione si ripresenta, infatti, quel modello di educazione differenziata per genere che ho già esplorato in rapporto alla tristezza (leggi qui), con effetti ugualmente disastrosi.

Vediamo meglio di cosa sto parlando.

uomo parzialmente nascosto dietro un piano bianco di lavoro

Un vero uomo non ha mai paura

Proprio come evidenziavo parlando di tristezza, l’idea del maschile trasmessa per secoli dalla cultura patriarcale è quella dell’uomo forte, al quale non sono permesse debolezze di alcun tipo (tranne forse quella per le donne), ed è all’incarnazione di questo ideale che per secoli i bambini sono stati educati, eliminando totalmente dal loro mondo la presenza di emozioni che potessero “disturbare” una simile immagine, come appunto la tristezza e la paura.

Un uomo spaventato e spaventabile non avrebbe potuto essere un valido combattente, non avrebbe potuto essere la colonna portante della casa, non avrebbe potuto rappresentare il punto di riferimento della famiglia e dell’intera società. Da qui la necessità di vietare la paura. Il problema con cui questo tipo di educazione non ha fatto i conti, però, è che un’emozione non può essere vietata: tutt’al più si può vietare la sua espressione esterna o la consapevolezza cosciente che una persona ne ha, ma l’emozione resta.

E resta – per fortuna! – perché, come spiegavo nell’articolo Quella sana pura…, essa è la reazione naturale ad un evento che rappresenta una minaccia. La paura in tutte le sue sfumature e nei suoi gradi di intensità ci dice che attorno a noi qualcosa mette in pericolo la nostra incolumità fisica, la nostra integrità mentale o la nostra immagine sociale oppure ci avverte del fatto che a correre dei rischi sono le persone che amiamo. Risulta chiaro, quindi, che eliminare la paura, oltre che impossibile, sarebbe decisamente controproducente: l’uomo non potrebbe attenersi ai compiti che il patriarcato gli ha assegnato se le “antenne rivelatrici” della paura non funzionassero a dovere!

Eppure quello stesso uomo che avverte la paura non può manifestarla, perché equivarrebbe (stando a quell’idea) a dichiararsi debole e vulnerabile. Sarebbe un’ammissione di fragilità in chi fragile non può essere. Ecco allora uomini che non possono piangere, uomini che non possono tirarsi indietro davanti al pericolo, uomini che non possono chiedere aiuto per superare un’avversità. E ancora una volta, visto che la paura c’è (come la tristezza) ma non può essere mostrata, arriva un’emozione di copertura – emozione parassita – a nasconderla. E ancora una volta si tratta molto spesso di rabbia, oppure di atteggiamenti di tracotanza e noncuranza, che rischiano di mettere ulteriormente a rischio la persona. Perché la paura per sua natura chiama chi la sperimenta a proteggersi, ma se quel timore non deve essere considerato va da sé che neanche saranno messi in atto gli atteggiamenti che permetterebbero di affrontarlo in modo efficace.

Ecco allora un punto da chiarire: sperimentare un timore, essere preoccupati da qualcosa, non equivale a non avere coraggio, significa solo essere in contatto con la propria capacità innata di leggere l’ambiente. Sperimentare una paura non vuol dire essere incapaci di superarla. Anzi! Quando sono in grado di ascoltare le mie reazioni emotive più viscerali posso discernere poi, grazie all’intervento delle aree corticali del cervello, in quali situazioni proteggermi e in quali situazioni affrontare il pericolo, scegliendo il modo più sicuro per farlo. Quando, invece, questa capacità viene a mancare, il rischio di buttarsi a capofitto in rischi mal calcolati – magari solo nel tentativo di corrispondere all’immagine del macho – cresce in modo esponenziale.

Nella nostra società siamo invitati a superare le paure, come se fossero qualcosa che ci limita solamente, come se tale emozione disturbasse la nostra esistenza. Ed è chiaro che in alcuni casi questo è vero, come nel caso di fobie o paure irrazionali. Ma questa emozione, come dicevo in apertura, ha un suo significato e un ruolo innegabile nell’evoluzione umana: non avrebbe senso pensare ad essa solo come a un ostacolo da oltrepassare. Ha più senso educare tanto gli uomini quanto le donne a comprendere tale sentimento e a cosa è dovuto momento per momento, così da comprendere se e come affrontarne l’oggetto.

donna con espressione di paura

Le donne hanno – e devono avere – paura di tutto

Dicevo che è necessaria una nuova educazione emotiva anche per le donne rispetto alla paura – e non solo. Perché per quanto alle donne sia permesso spaventarsi e mostrarlo pubblicamente, anche perdendo ogni ritegno e pudore, molto raramente alle bambine viene insegnato cosa fare con le proprie paure.

Mentre il bambino impara che deve fingere di non aver paura, la bambina sa che può farsi vedere intimorita e anche terrorizzata perché qualcuno arriverà a soccorrerla, ma non impara ad affrontare ciò che la spaventa. In qualche modo la paura diventa un legame doppio, che da un lato assicura alle donne la presenza della figura forte pronta a proteggerle da qualsiasi pericolo (non è forse questo il ruolo del cavaliere romantico o del principe azzurro?), dall’altro assicura all’uomo che la donna, più debole, avrà sempre bisogno di lui.

Solo che in questo modo nessuno avrà modo di essere pienamente se stesso e di realizzare tutte le proprie potenzialità!

Perché se da un lato l’uomo riesce ad incarnare l’ideale del forte cavaliere che non ha paura di nulla, dall’altro perde la consapevolezza delle proprie emozioni, con tutto ciò che esso comporta nello sviluppo psicologico. La donna, invece, da un lato ha la possibilità di entrare in contatto con il proprio mondo emotivo, ma dall’altro non viene educata a superare con le proprie forze ciò che la spaventa. E per quanto sia chiaro che non sempre questo è possibile e che è bene sapere quando è necessario chiedere aiuto e protezione, non è bene che una persona si appoggi sempre agli altri per affrontare ciò che teme.

Consapevolezza ed autonomia

Da questo quadro emerge in modo chiaro come l’educazione emotiva vada profondamente ripensata e ricalibrata sulle conoscenze psicologiche, per garantire maggiore benessere ai nostri bambini ma anche per liberarci dalle spire della cultura sessista e patriarcale, che danneggia tanto le donne quanto gli uomini

Innanzitutto i bambini e le bambine devono ricevere il permesso di entrare in contatto con tutta la gamma di emozioni che sperimentano e devono essere messi in condizione di esprimere pienamente quello che vivono. La consapevolezza del proprio mondo interiore è la base della salute mentale e non si può pensare di crescere individui pienamente realizzati facendone a meno.

Non bisogno poi tralasciare l’importanza di educare all’autonomia anche in in campo emotivo, per rendere le persone capaci di camminare sulle proprie gambe e, di conseguenza, meno inclini ad instaurare rapporti simbiotici con lo scopo di sentirsi “al sicuro”.

Anche perché come ha scritto Marcia Power Grad nel suo libro La principessa che credeva nelle favole. Come liberarsi del proprio principe azzurro: “L’unica sicurezza durevole è quella che ci consente di sapere che siamo in grado di prenderci cura di noi stessi“.

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